Le conversazioni del MANAGERS’CAFE’ – Come autovalutarsi con equilibrio

Nonostante un clima ingannevole, mercoledì 8 maggio ci siamo incontrate per il secondo appuntamento primaverile con il Manager’s Cafè. Per una pura casualità, la composizione dei partecipanti è stata in tema con la stagione; così come la ‘’Primavera’’ di Botticelli, il salotto era, per la stragrande maggioranza, gremito da un pubblico femminile. L’argomento della serata era di quelli complessi e fautori di numerose discussioni: autovalutarsi con equilibrio.

Per iniziare la discussione siamo partite dalla storia di Andrea. Andrea è impiegato in un’azienda dove sta per cominciare un progetto di feedback a 360 gradi. Egli è incuriosito da questo processo che non conosce ed ha appreso che consiste nel confrontare la propria autovalutazione con quella fornita su di lui da collaboratori, riporti e superiori. Gli rimane, però, una domanda che ritiene molto importante e decide di discuterne con i suoi colleghi durante la pausa pranzo. La questione è: come si può dare una valutazione di sé stessi in maniera coerente e bilanciata? Le risposte dei commensali sono molteplici e molto diverse tra loro e noi del Manager’s Cafè, quasi fossimo seduti allo stesso tavolo, abbiamo deciso di partecipare al dibattitto, soffermandoci principalmente su quali sono gli atteggiamenti estremi di distorsione dell’autovalutazione.

Prima di dedicarci completamente alle attività pratiche, ci siamo soffermate proprio su questi due principali ed opposti atteggiamenti deraglianti l’autovalutazione. Il primo è il cosiddetto effetto Dunning Kruger. Questo consiste, in parole semplici, in un eccesso di autostima che sfocia nell’arroganza. Si presenta quando una persona si giudica superiore agli altri e sovrastima le sue capacità e le sue prestazioni. Esso crea non pochi problemi nel rapporto con gli altri di cui, per poter continuare a dire ‘’sono il migliore’’, vengono sminuite o non si riconoscono le qualità. Un altro aspetto critico di questo atteggiamento è il fatto che si tende a non dare importanza alle critiche costruttive provenienti dall’esterno ed a non riconoscere i propri personali errori.

All’altro capo del tavolo sta la sindrome dell’impostore. In questo caso si ha, invece, molta poca fiducia in sé stessi e nelle proprie competenze. Si vive in una costante sensazione di inadeguatezza e di inferiorità rispetto a chi ci circonda. Il nome di questa propensione comportamentale deriva, infatti, proprio dalla paura di essere ‘’scoperti’’, che qualcuno si accorga della ‘’maschera’’ che si sta indossando e della completa impreparazione che si ha o che si pensa di avere. Con gli “impostori” è altrettanto difficile confrontarsi, in quanto sono, come si può immaginare, persone tendenzialmente prive di iniziativa, con poca autostima ed incapaci di proporre il loro pensiero.

Dopo la divisione dei partecipanti in gruppi, il lavoro concreto è iniziato veramente. Ad ogni gruppo è stato sostanzialmente chiesto di entrare nella mentalità di un soggetto caratterizzato da uno dei due atteggiamenti. Per fare ciò, il compito era quello di stilare una “empathy map” della persona, cioè un insieme dei suoi pensieri e di ciò che potrebbe dire in relazione a degli eventi lavorativi come una critica ricevuta, una promozione inaspettata o l’affidamento di un junior a cui fare da mentore. Ogni singolo caso vedeva il confronto delle risposte di due gruppi in quanto ognuno interprete di un diverso atteggiamento.

L’attività aggiunta alla teoria ha dato luogo ad un’intensa ed interessante discussione che è perdurata per tutta la serata. I temi e gli spunti sono stati moltissimi, ma alcuni sono di maggior interesse. Il primo è la variabilità che vi è nell’autovalutazione. Fattori come il contesto, i modelli presi come riferimento o lo stato d’animo influenzano notevolmente l’opinione che si ha di sé e portano a repentini passaggi da un atteggiamento all’altro. Un’altra riflessione importante si è generata sul fatto che sia la sindrome dell’impostore sia l’effetto Dunning Kruger sono tendenzialmente modalità difensive e conducono solamente alla staticità, in quanto non danno stimoli alla crescita personale. L’ultimo aspetto che è stato affrontato è stata la presenza di persone caratterizzate da questi atteggiamenti all’interno di un gruppo di lavoro; è stata opinione comune che esse complicano notevolmente il lavoro di squadra, ma che il gruppo è l’ambiente migliore dove equilibrare il loro atteggiamento e farle crescere.

Nonostante tutti questi temi discussi, siamo convinte che un argomento come l’autovalutazione ne racchiuda molti altri che sono rimasti sopiti. Siamo, quindi, curiose di sentire la vostra opinione in merito. Ecco qui un po’ di domande: secondo voi esistono altri atteggiamenti estremamente deraglianti l’autovalutazione? Quali sono le attività che possono aiutare una persona a valutarsi in maniera bilanciata? Come si può lavorare ed integrare efficacemente in un gruppo persone caratterizzate dai due atteggiamenti presentati in questo articolo? Scrivetecelo nei commenti!

Un ringraziamento  a Davide Tanto per la redazione del post.
Per approfondimenti